Rassegna stampa 

Miccichè: Il successo? Questione di ritmo

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La ricerca del successo? Questione di ritmo

La Sicilia ha tante arretratezze da colmare con gli investimenti ma anche tante opportunità di sviluppo legate al turismo.In fondo è solo una questione di ritmo. Il sostantivo, giocato nel suo significato letterale, ma anche come acronimo definisce l’intervento di Gaetano Miccicè all’inaugurazione dell’anno accademico avvenuta ieri al Teatro Massimo alla presenza del premier Renzi. Il banchiere palermitano presiede Banca Imi, la banca d’investimento del gruppo Intesa Sanpaolo, diventata il crocevia di tutti i grandi affari che coinvolgono i nomi di punta dell’industria e della finanza.

Perchè il ritmo?

«Perchè è sinonimo di armonia e quindi di equilibrio. Ma diventa l’acronimo che riassume i valori chiave di uno stile manageriale e di vita: responsabilità, interrelazione, tempestività, motivazione, originalità».

Che cosa vuol dire in concreto?

«Premetto che ieri ho cercato di interpretare il “genius loci”. Ai ragazzi ho parlato non come banchiere ma come ex alunno che aveva frequentato le loro stesse aule. Avevo di fronte quella che fra qualche anno diventerà la classe dirigente».

E quindi che messaggio hai voluto dare?

«Nessun messaggio. Ho solo illustrato un’esperienza di vita e di lavoro che, fra l’altro, era cominciata con un insuccesso».

Racconti

«Agli inizi della carriera lavoravo alla Cassa di Risparmio. Ero in corsa per un avanzamento che pensavo di meritare. Mi fu negato perchè non ero laureato. Una sconfitta professionale che mi diede la volontà di reagire. Completai gli studi e appena dopo la laurea fui mandato dalla banca a frequentare il Master della Sda Bocconi. Quella trasferta rappresenta il momento di svolta della mia vita».

Un bel colpo di fortuna

«Certo. Ma quello che ho voluto spiegare ai ragazzi è altro. Dietro un insuccesso si nasconde un’opportunità. Bisogna avere il coraggio e il senso di responsabilità per non fermarsi.

Insieme alla curiosità e al merito credo che siano l’insieme indispensabile per crescere. Non solo dal punto di vista lavorativo ma anche umano».

Arriva il Master alla Bocconi. E che succede?

«Un mondo sfidante e competitivo ma anche una palestra di esempi virtuosi. Dai miei colleghi di corso ho cercato di selezionare i migliori stili di vita e le migliori esperienze. Il master è stata anche l’occasione per costruire un patrimonio di relazioni che negli anni è stato molto utile».

Poi il ritorno a Palermo

«In realtà la situazione era cambiata. Grazie al bagaglio di formazione che avevo maturato in Bocconi entrai in contatto con il mondo dell’industria. Un salto notevole e non solo perchè cambiavo lavoro. Cambiavo città, lasciavo la protezione della famiglia per tuffarmi in un universo sconosciuto. Per questo dico ai ragazzi che non bisogna aver paura. Oggi più che mai coraggio di cambiare è la chiave di progresso».

L’ex bancario che diventa uomo d’industria prima di transformarsi in banchiere.

«Degli anni trascorsi nel mondo dell’impresa conservo un ricordo magnifico. Tempi difficili e aziende difficili che, affrontati con spirito positivo si traducono in amore e dedizione: per l’impresa, le sue strutture, le persone, i marchi, i clienti».

Nel 2002, il ritorno in banca con l’ingresso in Banca Intesa poi Intesa Sanpaolo fino a diventarne direttore generale e poi presidente di Banca Imi. Una sintesi di questo percorso?

«La provenienza dal settore industriale ha fatto di me un banchiere atipico. Sono un sostenitore convinto della stretta collaborazione fra banca e impresa in un gruppo tra i più attivi nel sostegno alla politica industriale del Paese. Il mio mestiere è quello di accompagnare le imprese a crescere, aiutarle a internazionalizzarsi, produrre nei mercati globali».

Da questo punto di osservazione quali sono gli scenari all’orizzonte?

«I ragazzi dovranno affrontare sfide diverse dalle nostre. Il quadro dell’attualità è discontinuo e complesso. Solo alcuni anni fa parlavamo dello sviluppo di Bric: Brasile, India, Cina. Oggi vediamo le loro difficoltà.Se i ragazzi chiedono ai padri o ai nonni in quanti posti hanno lavorato è facile che si sentano rispondere: uno solo. Invece loro dovranno abituarsi a cambiare mestiere, città, azienda».

Il futuro dell’Italia?

«Abbiamo molti problemi provocati dal fatto che da quindici anni non c’è più crescita. Per ripartire serve un salto in avanti che non è solo economico ma soprattutto culturale. Bisogna fare sistema abbandonando la mistica del piccolo è bello. Aziende troppo piccole vengono facilmente acquistate dai competitori esteri. Se il cervello di un’azienda finisce all’estero verrano favoriti soggetti stranieri (università, consulenti, fornitori, banca, manager) rispetto agli italiani».

In questo quadro di accentuata discontinuità dove finisce la Sicilia?

«Abbiamo arretratezze storiche da colmare con investimenti: infrastrutture, porti, aeroporti, ferrovie. Non è possibile che da Milano alle Eolie si impieghi più tempo e fatica che arrivare a Miami. Ma ci sono anche opportunità. Sono i diversi tipi di turismo che possono essere declinati in Sicilia: balneare, culturale, enogastronomico, religioso, sportivo. Ma io aggiungo anche sanità e terza età. L’età media si allunga e gli anziani sempre meno desiderano chiudersi in casa: vogliono sole, cultura, svago ma anche sentirsi protetti e assistiti».

Ma ormai per lei la Sicilia è solo un luogo della memoria.

«Credo che alla Sicilia si adatti bene l’immagine che tanto spesso viene ripetuta per il Sud. I viaggiatori piangono due volte: la prima quando arrivano perchè impauriti dalle inefficienze, dall’arretratezza dei servizi, spesso dal caos della vita quotidiana. La seconda volta quando partono perchè costretti a separarsi dal calore della gente, dalla qualità dei cibi e dell’ambiente. Ecco, io vorrei che tutto ciò non accadesse più. Vorrei che da subito la Sicilia fosse fonte di stupore, emozione e benessere ma soprattutto che da qui si decidesse di non andare più via, per provare a cogliere quelle opportunità che la nostra meravigliosa terra è in grado di offrire».