Gaetano Miccichè

Gaetano Miccichè

Miccichè: «Aumentano i prestiti alle imprese»

«...Continuare però a farsi piccoli in un mercato sempre più incerto e volatile significa perdere la sfida della crescita. Le imprese, insomma, devono diventare più grandi, aprirsi agli investimenti dall’estero, non temere la sfida dei mercati».

Per Gaetano Miccichè, presidente di Banca Imi, la banca d’investimento di Intesa SanPaolo, «non basta sostenere il sistema economico finanziariamente senza ridare all’Isola strutture bancarie vere, con propri headquarter, quartieri generali che abbiano competenze e responsabilità dirette sulle scelte. Con le dovute differenze dettate dai tempi e dal mercato radicalmente cambiato, come accadeva nei decenni scorsi con la presenza delle due grandi banche siciliane: il Banco di Sicilia e la Cassa di Risparmio. La fine di quel mondo ci ha lasciato in eredità un gap che non è stato mai colmato finora».

Miccichè ha svolto ieri allo Steri di Palermo la propria lectio magistralis sul tema «Il ruolo della banca nella crescita», che, dopo l’introduzione del rettore Fabio Micari, ha chiuso il ciclo «#TestimonianzeUnipa – Esperienze e strumenti per coltivare il talento», terza edizione del «Progetto Alumni»: laureati di successo chiamati a raccolta, e ad esempio, dall’Ateneo.

Il secondo ingrediente è, secondo Miccichè, «attrarre gli investimenti di medie e grandi imprese, e soprattutto dei grandi gruppi internazionali. Con tutto il rispetto per l’attenzione che dobbiamo e in effetti riserviamo a start-up e piccole realtà e con buona pace di chi in Italia definisce “investimento internazionale” il semplice cambio di proprietà delle nostre aziende storiche». Nella definizione del presidente Imi, infatti, «l’investimento davvero produttivo è quello di tipo infrastrutturale. A mo’ di esempio, se qualche colosso straniero si offrisse di gestire un aeroporto, dovremmo spalancargli le porte. Solo l’efficienza, infatti, garantirebbe il rientro delle esposizioni». «Le intelligenze che operano in loco - ha spiegato ancora Miccichè – permetterebbero di individuare e valorizzare gli elementi distintivi che rendono il nostro territorio diverso e peculiare, operando le scelte migliori».

I numeri dell’accesso al credito, questa la tesi del banchiere, «sono già soddisfacenti rispetto agli anni di culmine della crisi, e non potrebbero che salire ancora». Numeri in crescita – resi noti dall’ufficio stampa di Intesa Sanpaolo – che raccontano di «120 filiali in Sicilia, 3.149 milioni complessivi di euro di impegni con il mondo dell’impresa e, limitatamente alle nuove erogazioni fra 2015 e primo trimestre di quest’anno, 195 milioni di impieghi e medio e lungo termine, dei quali 62,5 soltanto per il primo scorcio del 2016».

Insiste, Miccichè, sull’opportunità e sull’intenzione di ricostituire poli bancari tutti siciliani: «Non si capisce perchè da Venezia ad Aosta ogni capoluogo di provincia ha la propria roccaforte creditizia e la Sicilia no. Questo costa punti percentuali di crescita. Inutile gioire, infatti, per una crescita dello 0,6% mentre un Paese concorrente fa il 3%. Si è perso comunque». «E non dimentichiamo – ha aggiunto – per fare una valutazione sull’operato del sistema bancario, la poco trascurabile circostanza che il Fondo monetario internazionale, per il decennio 2001- 2010, ha relegato l’Italia al 179esimo posto al mondo per indici di crescita, praticamente la peggiore al mondo. Allo stato attuale è come se fossimo in sala operatoria: senza crescita c’è meno credito».

Quindi Miccichè si è rivolto agli imprenditori, sotto due aspetti, «quello della necessità di non cullarsi più di tanto sulle piccole eccellenze e sulle start-up, e l’altro, di tipo psicologico, che impedisce apertura all’ingresso di nuovi capitali. In Italia, infatti – ha osservato – c’è ancora il totem del 51%, i capi azienda hanno il timore di perdere la titolarità delle proprie creature. Ebbene, io li invito al coraggio: nei Paesi più avanzati la maggior parte delle imprese di successo sono “public companies” con capitale polverizzato, in cui la quota di maggioranza spesso non supera l’8-9%...».