Gaetano Miccichè

Gaetano Miccichè

Rassegna stampa 2012

Gaetano Miccichè

  - Il Sole 24 Ore Moda24

“Il settore moda è uno fra i più affascinanti dal punto di vista finanziario. La vita delle aziende è fatta da diversi stadi: start up, sviluppo, maturità e declino. La moda e il lusso in Italia si trovano ora, per una sempre maggiore domanda internazionale, nella fase sviluppo e crescita e per una banca come Intesa Sanpaolo questo rappresenta una sfida interessante». Maniche di camicia (rigorosamente bianca) arrotolate, abito sartoriale e cravatta blu, Gaetano Miccichè inizia le sue giornate in ufficio alle 7 e fino a sera è impegnato in un susseguirsi di incontri, riunioni e conference call. È abituato a guardare ai numeri e anche con la moda non si lascia sedurre dall'aspetto fashion ma dalle prospettive di sviluppo del business. Classe 1950, ha cominciato la propria carriera alla Cassa Centrale di Risparmio delle Province Siciliane quarant'anni fa per arrivare a ricoprire la carica di direttore generale e responsabile divisione Corporate e investment banking di Intesa Sanpaolo e amministratore delegato di Banca Imi, dopo molti anni trascorsi nell'industria. Così è diventato anche un punto di riferimento per l'industria della moda italiana, come dimostra l'invito a tenere una lectio magistralis all'Università La Sapienza nel febbraio scorso dal titolo «Il sistema moda italiano:  internazionalizzazione e leve per la crescita» nell'ambito del ciclo di seminari "I professionisti della moda". Amante di arte contemporanea, giocatore di tennis di buon livello, tifoso del Milan fin da bambino, è un grande appassionato di libri, dai romanzi ai saggi, tanto che quando ha bisogno di staccare dalla finanza ama concedersi il piacere di scendere nella libreria a pochi passi dal suo ufficio e passeggiare tra gli scaffali dedicando attenzione particolare alla Sellerio, casa editrice palermitana alla quale è da sempre legato.
D. Finanza e moda è un binomio che può funzionare?
R. In Italia la moda è uno dei comparti leader per numerosità di aziende eccellenti e per posizionamento d'immagine per il Paese. Parlo di Armani, Prada, Versace, Ferragamo, Bulgari, Brunello Cucinelli, Tod's, Dolce & Gabbana, solo per citarne alcuni. Sono brand noti in tutto il mondo. In altri settori l'Italia, invece, può contare su uno o due campioni a livello globale. Si tratta, quindi, di una leadership allargata nel lusso e nella moda che conta aziende prevalentemente in fase di crescita e sviluppo dei mercati e dei fatturati. Una banca come Intesa Sanpaolo è particolarmente interessata al settore perché ciascuna area di sviluppo e peculiarità porta a possibili richieste di servizi e di prodotti bancari: dai tradizionali finanziamenti alle acquisizioni, dal capital market alla copertura sul rischio cambi, dalla quotazione all'accesso al credito tramite la rete di filiali. E il binomio di finanza e moda può dare ottimi risultati come dimostrano le due quotazioni in Borsa dello scorso anno di Prada e Ferragamo.
D. Intesa Sanpaolo è entrata nell’azionariato di Prada nel 2006 con il 5% e l’anno scorso, con la quotazione a Hong Kong, ha ridotto la quota all’1%. È un’esperienza replicabile con altri gruppi?
R. Prada era ingessata in una governance finanziaria inefficiente. Quando hanno deciso di espandersi nel settore retail con i negozi monomarca erano necessari nuovi capitali con 100 milioni di equity e Intesa Sanpaolo ha deciso di accompagnare il progetto. Al tempo del nostro investimento Prada aveva un margine operativo lordo di 150 milioni di euro e abbiamo accompagnato la società alla quotazione lo scorso anno con 500 milioni di Ebitda, con un'importante riorganizzazione societaria, finanziaria e industriale. Dopo la quotazione abbiamo comunque deciso di restare con una partecipazione di minoranza in Prada perché ha un potenziale di crescita straordinario. A conclusione si può dire che l'esperienza di Intesa Sanpaolo in Prada è replicabile con altre società come forma contrattuale, come gestione imprenditoriale e supporto alla crescita.
D. Ci sono in cantiere operazioni simili?
R. Incontriamo costantemente aziende del settore per valutare possibili operazioni, compresi i brand più conosciuti al mondo. È nato così, ad esempio, l'investimento da 40 milioni di euro in Pianoforte Holding, che controlla Yamamay, Carpisa e Jaked, che ha visto Intesa Sanpaolo entrare nel capitale con una quota del 10 per cento. L'obiettivo dell'operazione è quello di supportare un'ulteriore crescita dei tre marchi, soprattutto a livello internazionale, per creare le condizioni per la quotazione in Borsa nel medio periodo.
D. Uno studio Pambianco segnala una cinquantina di aziende del settore quotabili in Italia. Crede siano numeri realizzabili?
R. La cinquantina di aziende del settore ritenute quotabili sono tutte società con performance economiche soddisfacenti e quasi tutte hanno un proprietario unico che coincide con l'ideatore. Se le società aprissero il capitale a un investitore finanziario, cedendo anche solo il 30% del capitale, avrebbero un'accelerazione importante nello sviluppo. Credo che fra queste almeno una quindicina, pari a circa il 30%, potrà arrivare alla quotazione in Borsa nei prossimi cinque anni.
D. Perché gli imprenditori del settore faticano ad aprire il capitale a terzi?
R. Si tratta di imprenditori geniali e creativi, abituati a gestire le aziende secondo logiche diverse da quelle strettamente legate a business plan e obiettivi finanziari. L'idea di avere un consiglio di amministrazione, con cui condividere le scelte, non è quindi un passaggio indolore per l'imprenditore della moda, che ha una componente di soggettività e di intuito che vanno al di là dell'analisi di mercato. Inoltre si tratta di società che continuano ad avere performance molto valide e quindi vi è la speranza che possano raggiungere gli obiettivi di crescita senza capitali esterni.
D. Francesco Trapani, al tempo dell’accordo di Bulgari con il gruppo Lvmh, disse che non era riuscito a trovare occasioni di aggregazione in Italia per creare un polo del lusso. Come spiega il fatto che, pur avendo una forte leadership nel settore, l’Italia non riesce ad avere campioni internazionali sul modello dei francesi Lvmh e Ppr?
R. Lvmh e Ppr sono cresciuti negli anni attraverso una serie di acquisizioni. Anche in Italia abbiamo gruppi che potrebbero seguire quel modello di crescita, come ad esempio Prada, azienda che in virtù della propria capitalizzazione potrebbe fare acquisizioni importanti. Tod's ha già cominciato a svilupparsi su questo modello e Ferragamo potrebbe crescere per acquisizioni e integrazioni nei prossimi anni dopo la quotazione. Ma per crescere su quel modello è necessario un cambiamento culturale importante: da imprenditore di un marchio è necessario passare a gestire un modello organizzativo basato sulla delega e la managerializzazione. Si tratta di un cambiamento importante e fondamentale per poter guidare la trasformazione da singolo brand a gruppo globale del lusso.