Gaetano Miccichè

Gaetano Miccichè

Rassegna stampa 2007

I nuovi Cuccia

  - Il Mondo

“A noi non piace partecipare a operazioni confezionate da altri». Scandiva le parole Vincenzo Maranghi, nei mesi più aspri dell'isolamento di Mediobanca, con l’ostracismo degli Agnelli, di Unicredit e Capitalia. Che l'avevano estromessa dal convertendo Fiat e posta sotto scacco su Montedison. Molto di quel dna, preservato con religioso rigore dal delfino di Enrico Cuccia, c'è anche nella nuova Mediobanca di Renato Pagliaro e Alberto Nagel, nonostante il clima e il contesto degli affari siano profondamente cambiati. Con il tramonto delle grandi famiglie, gli hedge fund, i mercati globali e le stock option, la vecchia stagione è alle spalle. Ma piazzetta Cuccia vuole essere ancora il passaggio a livello dei grandi affari, del m&a, delle partite che segnano confini e alleanze tra i protagonisti della finanza. A poche centinaia di metri da Mediobanca, nel miglio quadrato della City milanese, Giovanni  Bazoli e Corrado Passera hanno anch'essi disegnato Intesa Sanpaolo attorno a un'ambizione: guidare le operazioni di sistema e tessere nel mondo corporate, quello presidiato da Gaetano Miccichè, una rete di relazioni e investimenti equity che faccia della banca il punto di riferimento per strutturare gli affari, fornire finanziamenti, portare in Borsa i nuovi player. Nonché comporre i futuri equilibri del sistema. Per questo i banchieri di piazzetta Cuccia e piazza Scala, Nagel e Miccichè in prima linea, sono destinati a incrociarsi in tutte le partite di peso. Scontrandosi o cercando un compromesso. Telecom è il terreno principe della sfida. Calato il gelo tra Marco Tronchetti Provera e Mediobanca, che proponeva la scissione Pirelli. Intesa ha giocato le sue carte («progetto Barolo») nella trattativa seguente con At&t-America movil. Ma è durato poco. Nagel e Pagliaro hanno avuto la loro rivincita, pur nel presupposto di una cordata di sistema sollecitata dalla politica per fare da contraltare a Cesar Allerta. Mediobanca e la collegata Generali hanno assieme il 39% Telco, contro il 10,9% di Intesa. L'unica che peraltro ha pagato cash l'ingresso. E che adesso è impegnata in una difficile partita per non subire l’en plein nelle nomine al vertice Telecom. Quanto ad Alitalia, le due banche hanno giocato fin dall'inizio su sponde diverse: Mediobanca al fianco di Tpg, che ha poi lasciato la corsa, Intesa in pista con l'AirOne di Carlo Toto per mantenere il tricolore sulla compagnia di bandiera. E allora, dove transitano gli affari da prima pagina? Chi ha preso l'eredità di Cuccia nel sistema e nella league table del m&a? In campo ci sono le big anglosassoni Merrill Lynch (Pierfrancesco Saviotti, Maurizio Tamagnini), Goldman Sachs (Paolo Zannoni), Credit Suisse (Luigi De Vecchi), Lehman Brothers (Ruggero Magnoni, Francesco Caio), JP Morgan (Federico Imbert) e Morgan Stanley (Dante Rosemi e Domenico Siniscalco, che si sono passati il testimone). Ma qui prevale il prodotto finanziario (un bond, Tipo, ì derivati) per portare quante più commissioni possibile alla casa madre. Spesso senza relazioni durature. È poi tornato in pista Matteo Arpe con la sua Sator. C'è il big Unicredit con Sergio Ermotti, Vittorio Ogliengo e Piergiorgio Peluso, molto attiva nelle ipo e leveraged financing, ma focalizzata da Alessandro Profumo su un'unica mission («il profitto») che contempla l'uscita nel tempo da tutti i patti di sindacato ereditari con il merger Capitalia. Tutte tranne Mediobanca perché, parole di Profumo, «non siamo Alice nel paese delle meraviglie». E infine c'è Gerardo Braggiotti, che dopo i traumatici divorzi da Mediobanca e Lazard ha ridisegnato Banca Leonardo a sua immagine. Forte di relazioni senza pari (da Michel David-Weill ad Albert Frère, dall'Ifi-Ifil a Tronchetti) ha portato l'investment bank di via Broletto, in poco più di un anno, a competere ad armi pari con piazzetta Cuccia e piazza Scala. Sono proprio Nagel, Miccichè e Braggiotti i tessitori d'affari da cui transitano progetti, finanziamenti e viatici. Fiori all'occhiello di Mediobanca, nel carnet del m&a, sono stati quest'anno il takeover Enel su Endesa, l'ingresso nella Sintonia dei Benetton e la leadership della cordata italiana per Telco-Telecom. Ma anche il contratto di advisory per Tipo Prada, appena strappato dopo una contesa con Banca Leonardo. Alberto Nagel, 42 anni, consigliere delegato di piazzetta Cuccia, è il punto di riferimento di una squadra di grande valore professionale assieme al presidente Renato Pagliaro e ai vice dg Saverio Vinci (mercati finanziari), Massimo Di Carlo (lending e finanza strutturate), e Maurizio Cereda (corporate finance e grandi clienti). Dei cinque, però, è proprio Nagel che interpreta con maggior determinazione la nuova stagione di Mediobanca. Quella che apre sedi e uffici a Parigi (responsabile è Marc Vincent), Francoforte (Frank Schoenherr), Madrid (Borja Prado) e Londra (Paolo Cuniberti). Che presenta nei faccia a faccia con gli analisti business pian e risultati. E che sprona la sua squadra di banker ad andare a caccia di affari, anche nel mid corporate e in provincia. Studi dai gesuiti al Leone XIII di Milano e poi in Bocconi, Nagel è entrato in Mediobanca nel 1990. Alle posizioni di vertice (dg dopo il ritiro di Maranghi e ad del consiglio di gestione con il varo della governance duale) è arrivato in fretta anche perché davanti a lui si sono liberate tutte le caselle: prima le uscite di Braggiotti e Roberto Notarbartolo, poi quella di Matteo Arpe. Sulla scrivania di Nagel sono transitati i dossier Parmalat, l'accordo tra Edf e la milanese Aem sulla Edison, i bond Enel e Telecom e tutte le operazioni targate Generali. Nagel ha ottimi rapporti con Antoine Bernheim, Marco Drago, Gilberto Benetton e i top manager delle popolari, Bpu, Verona e altre per cui ha orchestrato i merger (relazioni frutto dei suoi inizi al desk financial institution). Adesso deve giocare, però, le due partite più difficili, che potrebbero condizionare la capacità di movimento di cui ha goduto, con il vertice operativo di piazzetta Cuccia, negli ultimi quattro anni. La prima è sul fronte Generali, scosso tra l'attacco di Algebris, la marcatura di Giovanni Baroli e le incognite del dopo Bernheim. La seconda è la convivenza con Cesare Geronzi, il banchiere forte di un patto di ferro con Profumo e Vincent Bollore, che ha già occupato cinque presidenze: sindacato, board, comitati nomine, remunerazione e governance. C'è un numero che rende bene la potenza di fuoco del mondo corporate di Intesa Sanpaolo: 80 miliardi di prestiti alle imprese, cioè il 27% di market share con una penetrazione pressoché totale tra gruppi e aziende sopra 150 milioni di ricavi. Logico che nell'ufficio di Miccichè, 57 anni, transitino quasi tutte le operazioni di industria e finanza. Dai progetti di sviluppo (Fila, Sigma Tau) al large corporate (Edison, Wind, Fiat), dai salvataggi (Piaggio, Mv Agusta) al capital market di Banca Imi, la nuova banca corporate nata dalla fusione con Caboto (leader negli Etf, nei future e nell'EuroMot). In effetti, ciò che caratterizza la divisione di Miccichè e dei principali collaboratori (Andrea Munari, Fabio Cane, Giuseppe Castagna) è proprio un mix di know how e organizzazione per servire i clienti con l'intera gamma dell'investment banking. Figlio di un ex-vice dg del Banco Sicilia, tre fratelli, quasi 20 anni alla Sicilcassa, che ha lasciato nel 1986, Miccichè si è cimentato nei salvataggi industriali. Prima Cameli Gerolimich, poi Santavaleria e Olcese, dove ha stretto relazioni con Salvatore Mancuso, Vincenzo Manes e Ruggero Magnoni. Un patrimonio di esperienze, di cerniera tra industria e finanza, risultate preziose nei tanti salvataggi realizzati poi in piazza Scala. Passera l'ha chiamato con sé nel 2003, quando non poteva distogliersi dalla riorganizzazione del retail. Primo incarico, la direzione merchant banking: come dire le partecipate Fiat ed Edison, in mezzo alla bufera. Una crescita che passo dopo passo è stata coronata con la guida della divisione corporate (4 mila persone) quando Passera ha lasciato l'interim. Miccichè considera suoi successi professionali il turnaround Piaggio (è grande amico di Roberto Colaninno) e il rilancio Prada (frequenta da tempo Patrizio Bertelli). Ha poi portato Intesa al primato nel leveraged financing per il private equity e allestito il maggior numero di ipo. L'unico stop è stato sul fronte Parmalat: il corporate di piazza Scala aveva sposato Yomo e Granarolo (crediti convertiti in equity) e poi disegnato con il «piano Carolina» l'integrazione con Parmalat tornata in bonis. Ma con Enrico Bondi non c'è stato niente da fare. La sua agenda vale un patrimonio. Gerardo Braggiotti, 55 anni, liceo e laurea in Francia, è il più internazionale dei banchieri italiani. E intimo di Bernheim, David- Weill, Frère, Jean Peyrelevade, Patrick Sayer e tanti altri che hanno solcato la finanza di mezza Europa. Logico, visto che si è nutrito di relazioni ad alto livello fin dalla giovinezza. Il nonno dirigeva la Banque Ottomane di Ankara, il padre Enrico è stato l'ultimo dei grandi banchieri Comit (amico di Raul Gardini, Michel Francpis-Poncet e Ranieri di Monaco). Del resto la finanza è una tradizione di famiglia per Gerardo: il fratello Luca è un banker, suoi cognati sono Ariberto Fassati (Crédit Agricole) e Ricky Seralvo (Fineurop). Dopo i traumatici divorzi da Mediobanca e Lazard, Braggiotti ha radicato la sua nuova creatura Banca Leonardo (Gbl) nel cuore degli affari che contano. E questo in appena un anno e mezzo, raccogliendo 800 milioni di capitale, ottenendo anche l'adesione di Salvatore Ligresti, John Elkann, Carlo Pesenti, Marco Tronchetti Provera e Allianz, da sempre pattisti e alleati di Mediobanca (che all'inizio fece opera di dissuasione). La Gbl, sede in via Broletto a Milano, fresca acquirente di Rasfin dove Braggiotti ha ricostituito l'antico sodalizio con Roberto Notarbartolo, è una grintosa cacciatrice di mandati. Caccia grossa, quasi sempre. Gli esempi? Ha negoziato con At&t e Carlos Slim su Telecom. Ha lavorato per gli Agnelli (l'equity swap Ifil, riassetto Sequana). Ha sposato Gaz de France con la Cam gas di Tronchetti, a cui Braggiotti è legato da un decennio di favori fatti e ricevuti, spesso con commissioni di advisory da record (sotto la bandiera di Lazard ha curato l'ingresso di Pirelli in Telecom del 2001 e poi la fusione con Tim). Il rapporto arriva fino alle questioni di famiglia, tanto che Braggiotti è uno dei tre probiviri scelti dal capo della Pirelli a tutela della concordia tra i suoi tre figli nel controllo della Mgpm (società in testa all'accomandita Tronchetti). Rodato come un orologio è anche il rapporto con Corrado Passera e Intesa, di cui Gbl è diventata l'house advisor: ha lavorato alla fusione tra la banca milanese e Sanpaolo, venduto i 198 sportelli finiti nel mirino Antitrust, negoziato l'ingresso di Carifirenze nel gruppo bancario. Piuttosto, Braggiotti incrocia sempre più spesso la strada di Mediobanca. Come è accaduto per le alleanze di Borsa spa, l'advisory Prada, l'accordo Fiat auto-Agricole nei servizi finanziari. E come è successo per Telecom, ovviamente. È una competizione su mandati, progetti e fees (ma c'è chi vi legge anche spirito di rivalsa e marcamento a uomo) ormai arrivata nelle capitali d'Europa. Mediobanca apre nuove sedi, mentre Gbl ha comprato le boutique d'investment e asset management Drucker, Toulouse e Dnca. Ma il bello viene adesso. Nella stagione di Cuccia, durata mezzo secolo, era solo un regista che lavorava con la sponda di un ristretto club, gli Agnelli, i Pirelli, gli Orlando. La sua eredità è oggi dispersa in un mercato molto competitivo. Ma con almeno tre top banker da cui, prima o poi, bisogna passare.