Gaetano Miccichè

Gaetano Miccichè

Rassegna stampa 2004

Un nuovo feeling tra banche e imprese

  - Il Giornale

Sotto l’ombrello della sua direzione sono passate “tutte le operazioni di acquisizione e fusione, tournaround (soluzione di crisi aziendale) e operazioni di finanziamento ordinarie fatte in Italia nell’ultimo biennio”. Senza contare che sempre sotto il suo cappello c’è una fetta importante di Olimpia-Telecom e di Italenergia-Edison. Insomma le quote di capitale che Banca Intesa ha in alcune delle principali società italiane. E già che ci siamo sempre nei suoi uffici è gestito quel prestito convertendo che lega la Fiat ai suoi finanziatori. Il biglietto da visita di Gaetano Miccichè è quello di capo della direzione del “Large corporate e structured finance” di Banca Intesa. Nella realtà è il banchiere d’affari di Giovanni Bazoli e Corrado Passera e nella sostanza è il manager che vale circa un miliardo di euro l’anno di ricavi per la sua banca.
D. Dal suo osservatorio privilegiato sulle principali società, qual è lo stato di salute dell’impresa italiana?
R. “I punti di forza restano fondamentalmente quelli dell’originalità dei prodotti e della forza dei distretti che comunque in gran parte resistono. La debolezza è nella scarsa capitalizzazione e nella concorrenza internazionale soprattutto nei mercati a basso costo dei fattori produttivi. A ciò è necessario aggiungere l’apprezzamento dell’euro contro il dollaro”.
D. Le banche che ruolo hanno in questo scenario?
R. “Il livello dell’indebitamento delle imprese è piuttosto rilevante. Il ruolo delle banche è delicato. Da una parte debbono finanziare lo sviluppo, ma spesso si trovano nella condizione di dover ristrutturare l’esposizione esistente”.
D. Vi è una causa tipica che porta ad una crisi finanziaria?
R. “Una crisi aziendale dipende da numerosi fattori e non da uno soltanto. All’interno di un’impresa il fulcro è l’imprenditore e il management, e la fiducia che riescono a conquistare sui mercati. L’incrinatura di questo rapporto si può considerare la causa principale di una crisi aziendale”.
D. Eppure oggi in Italia più che di imprenditori e manager, girano proposte da parte di fondi di private equity. Investitori che da un po’ di anni sembrano interessati a tutto ciò che sia messo in vendita. Dalla Fiat, quando se ne parlava, all’Autogrill, prima che i Benetton ci ripensassero?
R. “Il private equity è un fenomeno positivo, se tutte le variabili girano per il verso giusto. Il caso Piaggio è emblematico. L’operazione di basava su presupposti di crescita che la crisi successiva del mercato ha disatteso. Di fatto tutte le scelte corrette in un’ottica di crescita e sviluppo, si sono rilevate inadeguate quando ci si è trovati a gestire una situazione di crisi. Aver trovato una soluzione industriale per un’azienda che fattura oltre un miliardo e occupa circa 4mila dipendenti è un punto di soddisfazione per Banca Intesa e rappresenta il nuovo modo di operare della nostra banca”.
D. Non sembra però che i privati riescano ad avere le risorse necessarie per fare oggi grandi affari.
R. “è vero mancano, non solo in Italia, acquisizioni tra imprenditori, proprio per la mancanza di capitali. E spesso si rischia di caricare di debiti le aziende acquisite. Si tende a sfruttare ai limiti la leva finanziaria”.
D. Pensa ai dieci miliardi che i Benetton hanno scaricato su Autostrade per portarsi a casa la maggioranza del capitale?
R. “Assolutamente no, Autostrade ha un flusso di cassa stabile e certo nel tempo. E di dimensioni tali da poter sopportare il proprio debito”.
D. Non così è stato per la Telecom, post privatizzazione, dove i debiti della scalata non hanno retto alla prova dei mercati e Colaninno e soci hanno dovuto vendere?
R. “Colaninno e soci non hanno ceduto alle pressioni del debito, ma a un’offerta ritenuta valida”.
D. Un’altra società che conoscete bene, perché la partecipate, la Edison era altrettanto indebitata?  
R. “Per la riorganizzazione di Edison si tratta di una delle operazioni che ci ha dato maggiori soddisfazioni. Grazie al management e agli azionisti è riuscita a far fronte a una situazione complessivamente non semplice. Le tre banche italiane azioniste alla fine del 2002 assunsero un rischio importante, consapevoli dell’effettiva potenzialità dell’azienda e soprattutto della strategicità del settore per l’economia italiana”.
D. E Intesa quanto resterà nel capitale di Edison?
R. “Di sicuro fino al 2005, come è previsto dai contratti di put e call con l’azionista Edf”.
D. Sicuro? Non cambierà nulla?
R. “Sono in corso degli incontri per valutare un eventuale allungamento dei termini. Per ora si lavora verificando la possibilità di cambiare i contratti sottoscritti”.
D. E prevedete che un socio italiano si affianchi ai francesi?
R. “Me lo auguro, un nocciolo duro di aziende italiane che si affianchino a Edf rappresenterebbe una soluzione auspicabile”.
D. Non tutto finisce male…
R. “Oggi il sistema imprenditoriale italiano, come ripete spesso Corrado Passera, ha bisogno di una scossa di fiducia e positività”.
D. Il caso Parmalat non aiuta…
R. “Abbiamo già avuto modo di dire che si è trattato di un caso di criminalità finanziaria. Non lo si può dunque rendere una fotografia del sistema italiano. In ogni caso Banca Intesa è sempre più vicina al sistema delle imprese”.
D. Il nostro sistema bancario ha dimensioni adeguate o sono necessarie aggregazioni?
R. “Non credo siano necessarie ulteriori aggregazioni”.
D. E come giudica l’ingresso di imprenditori nei consigli delle banche?
R. “Non è un fenomeno che riguarda Banca Intesa. Ma ritengo che alcuni imprenditori considerino interessante oggi investire in aziende bancarie che offrono rendimenti molto buoni”.
D. E viceversa la partecipazione delle banche al capitale delle aziende come la legge?
R. “Va guardato da un’angolazione diversa. Oggi la banca deve aiutare le aziende ad essere più competitive. Deve assisterle a 360 gradi, con ogni forma”.
D. Quanto contribuisce a questo disegno la vostra joint venture con Lazard?
R. “Siamo del tutto complementari, le loro ben note qualità di advisory si coniugano con tutte le capacità della banca di intervenire con tempestività e originalità nel finanziare le imprese”.