Gaetano Miccichè

Gaetano Miccichè

Rassegna stampa 2004

Dai fondi private equity una spinta allo lo sviluppo

  - Il Sole 24 Ore

Lo sviluppo dell’impresa passa anche dalla banca. Ma che opinione hanno gli istituti di credito sulle reali capacità di innovazione, efficienza e trasparenza delle imprese? Lo abbiamo chiesto a Gaetano Miccichè, responsabile Corporate di Banca Intesa, che dal suo osservatorio segue da vicino migliaia di realtà diverse.
D. Nell’impresa italiana è diffusa una cultura adeguata nella Corporate Governance e di efficienza dei processi?
R. Si è registrata un’evoluzione importante ma non si è ancora raggiunto un livello adeguato, perché ci sono due fattori che non si possono nascondere: i progressi maggiori hanno riguardato solo le aziende medio-grandi quotate in Borsa. Nelle piccole e nella fascia minore delle medie, invece, gli organi deliberanti e di controllo ancora soffrono di un approccio familiaristico. La strada intrapresa è quella giusta, ma bisogna superare un freno culturale: la trasparenza non si raggiunge solo con la certificazione dei bilanci, perché agli strumenti contabili bisogna affiancare un contesto di governance che preveda consiglieri indipendenti con un ruolo effettivo e un quadro manageriale valido.
D. Ma le Pmi si stanno aprendo anche sul fronte manageriale?
R. Senza dubbio, perché la competitività è contraddistinta dall’aggressione di competitor internazionali che considerano l’Europa occidentale come terra di conquista per i loro prodotti. In un contesto come questo le aziende capiscono che per difendersi devono dotarsi di qualità distintive, perché la difesa sui costi è perdente.
D. Novità riguardano anche la struttura proprietaria, e vicende recenti mostrano che il capitalismo famigliare è a una svolta. Che riflessi ha sulle Pmi?
R. Più si va avanti più l’azionariato si disperde, e questa evoluzione rende più difficile, per il singolo azionista famigliare, sostenere l’azienda con capitali propri. Per questa ragione un ruolo importante può essere svolto dai fondi di private equity, che non portano solo capitali, ma anche governance e cultura d’azienda destinate a diventare un patrimonio stabile.
D. Indagini anche recenti mostrano che le piccole impese, in genere, hanno un buon rapporto con la propria banca di riferimento ma nutrono sfiducia nei confronti del sistema bancario nel suo complesso. Come si sta evolvendo il rapporto fra imprese e istituti di credito?
R. Quello della generalizzazione in negativo è un difetto di noi italiani, mentre se si passa all’esperienza concreta l’opinione volge al meglio. A parte questo, proprio in virtù dei volumi raggiunti molte imprese hanno dovuto allargare il numero delle banche con cui sono in relazione, disperdendo i contatti personali. Noi cerchiamo di assumere nei confronti dei nostri clienti il ruolo di banca di riferimento; lo scopo della nostra politica di account management è che tutti i nostri interlocutori, sia piccole sia medie aziende, abbiano un gestore dedicato, in modo che l’imprenditore conosca con certezza chi è il suo riferimento interno alla banca, capace di offrire tutti i prodotti e servizi del nostro portafoglio.
D. Ipotizziamo un nuovo patto fra banca e imprese. Quale passo deve compiere la banca? E quale l’impresa?
R. Gli istituti di credito devono proporre meglio i loro servizi, perché spesso gli imprenditori conoscono un terzo delle opportunità a loro disposizione. Le aziende, invece, devono puntare sulla tempestività nella presentazione dei dati di bilancio e sugli elementi di governance che citavamo all’inizio, perché la banca deve sapere che non sta investendo solo sulla genialità o sulla fantasia del singolo imprenditore, ma anche su un gruppo di manager e di professionisti che lo assistono al meglio.